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Ricordi sparsi di Ferruccio Gobbino

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L’ultima volta che ho parlato con Ferruccio era il 22 dicembre. Finalmente era tornato a casa dopo un ricovero all’ospedale di Orvieto; ci siamo fatti gli auguri di Natale e abbiamo anche scherzato su quanto era stato scorbutico con i medici e il personale sanitario che lo avevano avuto in cura.

Lo trovavo sempre lì, ogni volta che lo andavo a trovare, sul divano del salotto a vedere una partita di calcio in TV oppure sulla sedia della cucina, intorno al tavolo su cui ci bevevamo un caffè.

La Mimma, sempre presente, gironzolava nei paraggi, trasportando un dolcetto, un biscottino o una caramella.

Io e Ferruccio parlavamo di tutto. Io, più giovane di lui, a volte mi sorprendevo a chiedermi se invece non fossimo coetanei. Devo dire che ogni tanto faticavo a capire se affrontasse un argomento con serietà o con goliardia; era dotato di una ironia sottile, sicuramente non alla portata di tutti, sintomo di grande esperienza e fine intelligenza.

Parlavamo di tutto, ma c’erano dei temi ricorrenti. Da luglio a settembre, per esempio, la domanda che mi rivolgeva era sempre e solo una: “Quest’anno l’Orvietana lo vince il campionato?”

La domenica pomeriggio alle due e mezza si era soliti vederlo inerpicarsi sulle tribune del Muzi e, un’ora e mezza dopo, ero io che mi precipitavo all’uscita per vederlo e raccogliere le sue impressioni sulla partita appena conclusa.

Durante i lunghi mesi di stop dovuto al Covid, invece, era tutto un brontolìo perché non poteva andare allo stadio a vedere la sua squadra.

Si parlava anche della morte e del nostro corpo che è solo una custodia che libera la nostra anima “dopo”. Una volta, qualche anno fa, mi aveva promesso che sarebbe vissuto fino a 99 anni -“100 no, che so’ troppi.” – e invece è stato costretto a venire meno a questa promessa. E chi lo conosce sa quanto lui alle promesse mantenute ci tenesse. Me lo immagino, sornione, mentre mi dice: “t’ho preso in giro anche stavolta.” La sua custodia se ne è andata; lui è sempre qui con tutti noi: nell’atrio della stazione o sulla tribuna del Muzi con Marco, nel salotto di casa con la Mimma o al dopolavoro ferroviario (l’ufficio, come lo chiamava lui) con gli amici. Ferruccio per Orvieto è una istituzione e le istituzioni, si sa, non muoiono mai.

Un affettuoso saluto al mio caro amico Marco  e a Mimma, a cui mi unisco nell’immenso dolore.

 

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