Riceviamo e pubblichiamo:

L’Orvietana non è mai stata una semplice squadra di calcio. Non ha mai rappresentato soltanto la Rupe, ma è stata – e dovrebbe essere tuttora – l’espressione migliore dei giovani di un intero comprensorio. Da Sferracavallo a Ciconia, da Orvieto Scalo a Canale, passando per Porano, Sugano, Castiglione in Teverina, Montecchio, Baschi, Guardea, Alviano, Monterubiaglio, Castel Giorgio, Castel Viscardo, Civitella del Lago, Ficulle, Fabro e Parrano. Un tessuto sociale e sportivo immenso, un punto di riferimento insostituibile per i ragazzi di tutti i borghi e comuni dell’orvietano.
Basterebbe guardare al passato per capire cosa sia stata questa maglia: una storia scritta da simboli del territorio come lo storico capitano Massimo Cochi di Allerona, Mirko Chiasso di Monterubiaglio, il bomber Cioci del Cerreto (Civitella del Lago), o ancora i vari Perazzini e Polleggioni di Porano, solo per citare alcuni dei tantissimi grandi nomi che hanno fatto la storia del club.
Oggi, di fronte alla parabola della società, alla sua cessione e al rischio di un fallimento d’identità, è necessaria una riflessione dura ma onesta. Chi difende l’operato dell’ormai ex presidente Biagioli, sostenendo che a livello imprenditoriale non gli si possa rimproverare nulla, commette un enorme errore di valutazione.
Per ventidue anni, la gestione ha beneficiato di condizioni straordinarie: l’utilizzo di un impianto pubblico comunale senza l’onere di affitti, luce o acqua, strutture pagate dalla collettività. In questo contesto, l’Orvietana ha potuto contare su un settore giovanile florido e vincente, i cui risultati – portati dai ragazzi del nostro territorio – sono sotto gli occhi di tutti e non sono in alcun modo opinabili. Il vivaio, se ben gestito, produce valore e introiti.
Le colpe del declino economico e sportivo non possono essere scaricate altrove. Nessuno ha obbligato la presidenza a rincorrere una Serie D a tutti i costi, né a tesserare ogni anno numerosi giocatori di passaggio, privi di qualsiasi legame o interesse per la città di Orvieto. Nessuno ha imposto stipendi lauti o, peggio ancora, ha costretto la dirigenza a considerare i ragazzi del proprio settore giovanile come “inadeguati” per la prima squadra.
Risultano quindi inappropriate le lamentele di chi si domanda perché il pubblico non vada più allo stadio a sostenere la squadra. Chi bisognerebbe andare a vedere? Calciatori di cui non si conoscono nemmeno i nomi e che cambiano ogni sei mesi? Il discorso sarebbe stato completamente diverso se in campo ci fossero stati venti ragazzi del posto. Che si tratti di Prima Categoria, Promozione, Eccellenza o Serie D, ciò che conta per la tifoseria è avere i propri giovani da sostenere.
La gestione finanziaria e la mancata valorizzazione delle risorse locali sono responsabilità dirette di chi ha guidato il club e di chi lo ha assecondato senza lungimiranza.
Purtroppo, per oltre due decenni nessuno è intervenuto per correggere una rotta palesemente errata.
E alla fine, a pagare il prezzo più alto, sono ancora una volta i giovani orvietani che non vengono citati, menzionati, a loro che è stato tolto tutto, che saranno costretti a separarsi, loro non fanno dietrologia, il loro dispiacere e il loro dolore sono autentici, nessuno ha pensato a loro e questo è ancora una conferma della tristezza di questa operazione.
Lettera firmata



Brave finalmente qualcuno che dice le cose come sò andate!
non vi meritate il calcio a Orvieto ha fatto bene così Biagioli a vendere tutto