REDAZIONALE
Amigdala vuole essere il posto per costruire una forza fisica e mentale che ispiri i giovani e li accompagni per tutta la vita: quella forza che non si vede allo specchio ma che fa rialzare dopo una caduta e spinge a provarci ancora quando sarebbe più facile mollare.

L’Academy lo fa attraverso attraverso programmi di mma muay thai kick boxing radicati nel territorio, l’educazione alimentare e un percorso di mentoring che va oltre la palestra. Perché il ring, il tatami, il sacco sono strumenti: il vero obiettivo è formare persone.
La sua visione è un mondo in cui tutti i giovani si sentano forti, capaci e sicuri di sé, pronti a diventare la versione migliore di se stessi. E per arrivarci ha scelto una parola sola, che è insieme metodo e promessa: GRIT. Coraggio, fegato, grinta.
★ Growth – Rialzati dalle difficoltà, continua a imparare e impegnati a dare il meglio di te.
★ Respect – Tratta bene tutti, valorizza e accetta te stesso e gli altri per come sono.
★ Integrity – Fai la cosa giusta, punta all’eccellenza e sii un esempio per gli altri.
★ Teamwork – Incoraggia e motiva gli altri, collabora e restituisci qualcosa alla comunità.
Quattro valori, un’unica direzione: crescere più forti, insieme.

Oggi vogliamo farvi conoscere meglio Luca Marandola il nostro Tecnico Responsabile per le Mixed Martial Arts

Quali sono le tue origini?
La passione per le arti marziali e gli sport da combattimento è sempre stata una costante nella mia vita, accompagnandomi e influenzando ogni fase del mio percorso. Ho iniziato a praticare judo all’età di appena 8 anni, per poi passare, a 12 anni, a quella che sarebbe diventata la mia prima, vera grande passione: il Taekwondo.Con questa disciplina ho intrapreso il mio percorso agonistico, raggiungendo traguardi importanti e arrivando a essere molto vicino all’ingresso nel team della Nazionale Italiana.Purtroppo, una serie di vicissitudini, tra cui soprattutto la rottura dei tendini d’Achille, ha interrotto prematuramente le mie ambizioni da atleta. Quello che inizialmente sembrava un ostacolo insormontabile si è trasformato, però, nell’inizio di un nuovo percorso: giovanissimo, ho iniziato a dedicarmi alla formazione da istruttore. A soli 17 anni ho conseguito la qualifica di istruttore e la cintura nera 2° Dan di Taekwondo, diventando uno dei più giovani in Italia a raggiungere questo traguardo. Nel corso degli anni Novanta e nei primi anni Duemila, attraverso le scuole di Taekwondo Bolsena, siamo riusciti a costruire una presenza importante sul territorio, arrivando a operare in quattro comuni della provincia di Viterbo e in altri due nell’Orvietano.Un’esperienza che ha rappresentato le fondamenta di tutto ciò che sarebbe venuto dopo.
Cosa ti ha fatto innamorare delle MMA, rispetto ad altre discipline? Com’ero da atleta? Che tipo di combattente ti consideravi?
Chiedermi cosa mi abbia spinto a scegliere le MMA è una domanda alla quale, probabilmente, non esiste una risposta vera e propria.Semplicemente, non mi sono avvicinato a questa disciplina per curiosità o perché attratto da una nuova esperienza: le MMA, in qualche modo, erano già dentro di me.Se è vero che la mia carriera agonistica nel Taekwondo si è interrotta prematuramente, è altrettanto vero che il mio modo di interpretare il combattimento era già molto distante da quello tradizionale della disciplina. Avevo un approccio estremamente aggressivo, istintivo e votato all’attacco. Questo mi portava spesso a essere dominante, ma talvolta anche a uscire dai canoni e dai limiti imposti dal regolamento.Sentivo un bisogno quasi naturale di esprimermi attraverso il combattimento, di attaccare, di cercare soluzioni e di non limitarmi agli schemi convenzionali. Di fatto, tendevo ad adottare strategie e dinamiche di combattimento molto più vicine a quelle che oggi riconosciamo nelle MMA che a quelle di un classico incontro di Taekwondo.Per questo motivo, le Mixed Martial Arts non sono state per me una scoperta, ma piuttosto la naturale evoluzione di qualcosa che avevo già dentro. Erano una disciplina che, ancora prima di conoscerla realmente e prima ancora che si affermasse come la conosciamo oggi, rappresentava già il mio modo di intendere il combattimento.Il fuoco e la missioneHo sempre avvertito un forte senso di responsabilità nel trasmettere e insegnare una disciplina sportiva. Il mio metodo, se così possiamo definirlo, non si fonda esclusivamente sulla trasmissione di nozioni tecniche, ma soprattutto sull’empatia, sulla capacità di comunicare emozioni e di creare un legame autentico con chi si affida a me. Questo approccio mi ha portato a maturare una profonda consapevolezza del ruolo che ricopro, vivendo la fiducia che mi viene accordata come una vera e propria missione. La mia priorità è sempre stata quella di formare ragazzi che, prima ancora di essere atleti, fossero persone capaci di riconoscere e rispettare i valori dello sport: disciplina, rispetto, lealtà, sacrificio e senso di appartenenza. Credo che sia proprio da queste fondamenta che sia nato il percorso vincente del mio Team. Le medaglie, arrivate in grande quantità, sono state una conseguenza importante, ma mai il fine ultimo del nostro lavoro. Perché un atleta può conquistare una medaglia, ma il vero successo di un allenatore è lasciare qualcosa che vada ben oltre il risultato sportivo.
Cosa significa essere l’Head Coach del FLEX FORCE TEAM?
Questa domanda potrebbe aprire così tante argomentazioni che rischierei di dilungarmi più del dovuto. Dovendo rispondere in sintesi, il FLEX per me è come una creatura nata da una visione e alimentata da tanta perseveranza. Se consideriamo il livello raggiunto oggi da un team di provincia, dopo essere riusciti a sdoganare una disciplina nuova, spesso considerata violenta e persino clandestina, il risultato ha quasi del miracoloso. Ma alle magie non ho mai creduto. Ho sempre creduto negli obiettivi, nella coerenza e in un’idea portata avanti con convinzione. Questo mi ha condotto anche a compiere scelte impopolari, che il tempo ha poi ripagato, riconoscendo loro il giusto valore.

Com’è nata la collaborazione con Amigdala Combat Sport Academy Orvieto?
Se è vero che per realizzare le grandi imprese serve anche un pizzico di follia, la nostra collaborazione nasce proprio da questo. La follia o più semplicemente l’ardore e la determinazione di Cristian, proprietario dell’Amigdala Combat Academy, lo hanno spinto a cercarmi più volte per propormi un progetto decisamente ambizioso: portare in un territorio, per certi versi ancora poco valorizzato sotto il profilo degli sport di combattimento, una vera e propria accademia.Solo chi opera in questo ambiente può comprendere fino in fondo i rischi, gli ostacoli e le difficoltà che comporta realizzare una struttura di questo tipo in una realtà provinciale.Tutto questo, però, non lo ha scoraggiato. Al contrario, ha insistito affinché mi fermassi ad ascoltare e comprendere la sua visione.Da uomo di sport, passionale e determinato, ho capito che la scelta giusta fosse quella di mettere a disposizione la mia esperienza e le mie competenze per dare vita a questo progetto.
Come riconosci un talento? Conta più il talento o la testa? Come si allena la testa di un fighter?
Dopo tanti anni di esperienza soprattutto su tematiche a me particolarmente care come il mental coaching, oggi riesco con una certa naturalezza a percepire il talento, o meglio, le diverse sfumature del talento presenti in ciascuno dei miei ragazzi.Riconoscere le potenzialità di un atleta sotto il profilo tecnico e atletico significa innanzitutto osservare le capacità coordinative, la gestione del movimento e la capacità di esprimere forza durante il training. Una buona base coordinativa, unita a una significativa predisposizione atletica, rappresenta certamente un ottimo punto di partenza.C’è poi un altro aspetto che non va assolutamente sottovalutato: la determinazione. In alcuni ragazzi è talmente forte da spingerli a livelli di dedizione e sacrificio capaci di colmare, e talvolta superare, il divario con atleti naturalmente più dotati.Infine, ci sono i talenti naturali, quelli che sembrano nati per questa disciplina. Con loro, soprattutto quando alla predisposizione si aggiunge una vera fame di vittoria, il segreto è continuare ad alzare l’asticella, mantenendo costante la ricerca del miglioramento.
Ma la testa è fondamentale?
Il lavoro mentale è una componente che curo quotidianamente, attraverso un percorso individuale che ha come obiettivo quello di tirare fuori il meglio da ciascun atleta.Non utilizzo lo stesso approccio con tutti; ogni ragazzo ha una propria sensibilità, un proprio carattere e un diverso modo di vivere le emozioni. Bisogna saperlo comprendere, rispettarne i tempi e trovare la chiave giusta per aiutarlo a esprimere il proprio potenziale.C’è una cosa che cerco sempre di trasmettere ai miei fighters: il combattimento rappresenta una delle massime espressioni del confronto con se stessi.E se a 15 o 16 anni hanno già trovato il coraggio di salire sull’ottagono, affrontare le proprie paure e mettersi in gioco davanti a tutti, hanno già conquistato qualcosa che va ben oltre il risultato sportivo.Non so quanti loro coetanei possono dire altrettanto.
Qual è il tuo approccio all’allenamento? Cosa distingue il tuo metodo?
Se è vero che la componente emotiva occupa un posto centrale nella mia filosofia di allenamento, è altrettanto vero che una disciplina di combattimento richiede una prestanza atletica importante, indispensabile per affrontare ogni fase del match nel modo più efficace possibile. Il mio protocollo parte da un principio fondamentale: ridurre al minimo il rischio di infortunio. Ricordiamoci che un infortunio significa inevitabilmente interrompere o ridurre la continuità degli allenamenti, e la continuità è uno degli elementi determinanti nella crescita di un atleta.Dopo aver costruito una buona mobilità articolare e una corretta flessibilità muscolare, i training si sviluppano attraverso il lavoro su tutte le espressioni della forza. Utilizziamo sia il carico naturale sia attrezzature non convenzionali, come pedane instabili, kettlebell e sandbag, integrando il lavoro atletico con un’importante componente e drill specifici.Questi ultimi rappresentano una parte fondamentale della preparazione.Ma ciò che, a mio avviso, rende gli atleti FLEX competitivi e forti è anche qualcosa di meno codificabile: un metodo, fatto di mentalità, intensità, e coinvolgimento.Cerco di portare i miei ragazzi a dare il massimo, ma soprattutto a far sì che ogni allenamento lasci in loro la voglia di tornare il giorno successivo con ancora più entusiasmo e determinazione.Perché la vera differenza non si costruisce in una singola seduta, ma nella capacità di allenarsi con continuità, convinzione e spirito di sacrificio.

Com’è la situazione delle MMA in Italia e in particolare in una realtà come Orvieto?
Le MMA in Italia rappresentano una delle discipline più giovani e, allo stesso tempo, più discusse nel panorama degli sport da combattimento. Il fatto stesso che se ne parli è positivo. Adesso spetta a noi operatori del settore il compito di divulgare informazioni corrette e contribuire a restituire a questa disciplina il suo autentico valore.Le MMA, nel corso della loro relativamente breve storia, hanno attraversato un’evoluzione straordinaria, sia sotto il profilo tecnico e regolamentare sia per quanto riguarda la professionalizzazione degli atleti. La loro crescita a livello mondiale è stata impressionante.In Italia però, c’è ancora molto da fare soprattutto sul piano culturale e della diffusione territoriale.In realtà provinciali come Orvieto, la sfida è ancora più importante: bisogna superare pregiudizi, costruire opportunità e creare strutture capaci di offrire una formazione seria e qualificata.È proprio qui che realtà come AMIGDALA COMBAT SPORT ACADEMY e FLEX FORCE TEAM possono fare la differenza.Non si tratta soltanto di formare fighter o preparare atleti alle competizioni ma di costruire una cultura sportiva, creare aggregazione e offrire ai giovani un ambiente nel quale crescere attraverso disciplina, rispetto e sacrificio.Credo che il futuro delle MMA passi soprattutto da questo, dalla capacità di far comprendere che dietro il combattimento non c’è soltanto uno scontro fisico, ma un percorso di formazione umana e sportiva.
Puoi farci una considerazione finale sul progetto AMIGDALA & FLEX?
A mio avviso, ci sono tre concetti che emergono con particolare forza e che renderanno Amigdala Combat e Flex Force Team all’avanguardia e unici nel loro genere.“Visione, formazione, missione”La visione. Amigdala e Flex non è semplicemente una collaborazione sportiva, ma un progetto nato da un’idea che ha come intento quello di crescere, costruire e guardare al futuro.La formazione. Il nostro concetto di insegnamento non si esaurisce nell’aspetto tecnico fine a se stesso, ma consiste nel riconoscere e valorizzare le potenzialità individuali.
La missione. Lo sport di combattimento come strumento di crescita personale e cambiamento sociale.


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