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Finale Nba, i Celtics tornano in vantaggio 3-2

BOSTON – Titolo principale del sito ufficiale Nba: “I Lakers non riescono a gestire La Verità”. Verdetto della quinta gara della finale per il titolo: 92-86 per i Celtics, che passano al comando 3-2. “The Truth” – La Verità, per l’appunto – è Paul Pierce. Californiano di Inglewood che per mestiere (ben pagato) deve indossare la maglia biancoverde di Boston, giocare a basket e possibilmente battere chi gli passa a tiro. Paul, il californiano trapiantato senza nostalgie in Massachusetts, si diverte a farlo soprattutto quando di mezzo c’è la squadra principale della natia Los Angeles. Questione di pelle: tra i due club c’è una rivalità definitiva e probabilmente non c’è nulla di meglio, per avvertirne il sapore, che ritrovarsi proprio contro un pezzo della propria storia personale. Nel 2008 Pierce aveva guidato i Celtics, che tornavano a disputare una finalissima dopo annate ultramediocri, a uno sgarro epocale: titolo negato ai Lakers e palma di miglior giocatore della serie negato a Bryant.

COLPO DI GENIO – Nel 2010, dopo che Los Angeles si era presa la rivincita (ma la finale 2009 fu contro Orlando, non contro i Celtics), si avvia a ripetersi. A parte i 27 punti e una presenza pari a quella di un Totem, sua la giocata che mette la pietra tombale sul rancoroso e vano inseguimento dei Lakers: rimessa lunga di Garnett, passaggio volante di “The Truth” a Rondo e facile canestro in entrata. Una mazzata-capolavoro, un colpo di genio e di istinto. Poco prima, Paul si era tuffato tra i fotografi dietro il canestro per recuperare una palla persa da Bryant: lancio stratosferico a tutto campo, di nuovo imbeccata vincente per Rondo schizzato in contropiede. Chapeu. Continuiamo a credere che i Celtics stiano valorizzando al massimo un concetto basilare della pallacanestro: si gioca di squadra. I Lakers, invece, non cessano di dipendere dalla splendida individualità di Kobe Bryant, l’uomo che piazza 19 dei suoi 38 punti nel terzo quarto e in pratica tiene a galla da solo la baracca, ma anche colui che si sente legittimato a essere il feudatario del gruppo. Se non l’azzecca, sono guai, anche perché lo sbaglio del capobranco pare proprio disorientare gli altri. Alle strette.

FATTORE CAMPO – I Lakers, anche se con l’handicap di non poter usare più di tanto il prezioso ma acciaccato Bynum, sono più completi e profondi. Ma “slittano” e non fanno presa su una finale che avrebbero potuto già chiudere o, in subordine, pilotare verso l’happy end. Invece ora si ritrovano in una buca insidiosissima. Dopo la sorpresa della sconfitta casalinga in gara 2, hanno espugnato Boston nella prima delle tre partite in trasferta. Poi hanno gettato al vento gara 4, pur avendola sempre controllata, e ora hanno perso “bene” gara 5, nella quale Boston è fuggita addirittura a +13 (71-58) e non ha rischiato eccessivamente davanti “serrate” conclusivo dei californiani. Martedì a Los Angeles in gara 6 il fattore campo sarà sì un vantaggio, ma relativo: sarà la partita senza ritorno, mentre i Celtics avranno la piacevole sensazione di vivere il primo match ball. E se anche i Lakers ce la facessero, ci sarebbe il settimo e ultimo atto. Per nulla scontato a loro favore.

fonte: corriere.it – Flavio VanettiUnderneath the frustration of a lot of these kids is http://collegewritingservice.org an adolescent-literacy issue, he said

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