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“‘ndo l’emo l’melo?” Tragicomica sugli Arrapaho

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(a Damiano Paloni e David Moscatelli)

Eccoci qua, tornati on-line. Sono successe tante cose, parecchie cose sono cambiate, altre sono rimaste le stesse (per esempio Brunori è sempre scarso). I nostri afecionados già sanno tutto, ma voi, lettori da una botta e via, forse non siete a conoscenza della storia “arrapaho” degli ultimi tempi. E io che ci sto a fare qui?

Partiamo dal principio; proprio da questo 2013 che ci ha portato un nuovo allenatore, Damiano Paloni, dopo la rottura con il “sempreneinostricuori” Coach Marco Warrior Guerriero. Chi di voi è stato più attento ha sicuramente notato che il giovane sulla panchina è lo stesso Damiano Paloni che fa da vice presidente, amministratore delegato, ragioniere, autista, giocatore (è la cosa che gli riesce peggio).

Lo stesso che ha creato la squadra, l’ha fatta crescere, va in giro a parlare con gli sponsor, ci rappresenta al parlamento europeo, ha discusso recentemente con il Ministro tedesco per alleggerire i rapporti tra italiani e crucchi.

Non solo, lo stesso DP (sta per “deep”) ha creato una nuova squadra, ed è questa la seconda grande novità: gli Arrapaho raddoppiano. Nascono gli Arrapaho All Scars, una selezione serrata dei peggiori giocatori orvietani. Vengono subito tesserati ad honorem Giacomo Borri (fratello minore/maggiore, dipende se parliamo di età o di peso, dell’altro giocatore arrapaho), Nicola Pelliccia (detto “letrombotutteioesenonlofaccioèpersceltamia”), Manfredi Scaffidi (di lui ha parlato benissimo il Pasquo Pasquini). Ovviamente a completare la rosa ci sono tutti gli altri Arrapaho che, per un motivo o per l’altro, non possono giocare in serie D.

Fabio Simoncini che, dopo due lunghi anni, ha concluso il giro del mondo sul piede perno, Alessandro Elia Canu per via di quel vecchio conto in sospeso con la giustizia, Nicolò Fratini basta averlo visto giocare anche solo mezza volta per capire il motivo, Geeno perché pare si sia fidanzato (e adesso non può più lamentarsi che è l’unico solo), Cristiano Federici perché serviva l’uomo d’esperienza a questa squadra, Gianni Anselmi perché vuole crescere un giovane a sua immagine e somiglianza.

Ma l’incredibile è che scende in campo, dopo che Pimpolari gli ha concesso la mitica maglia numero 7, anche il presidentissimo David Moscatelli, uno che prende più falli tecnici che soldi.

Il campionato continua, da una parte gli All Scars che, per tenere alto il nome Arrapaho, hanno vinto due sole partite, perdendo tutte le altre. Nota positiva: non hanno mai pareggiato,

Dall’altra la squadra “ufficiale” che nel 2013 ha conosciuto più volte la disfatta che il successo. Hanno infatti preso punti contro la squadra orvietana Città di Castello, Rieti e, ancora fresca, Marsciano.

Perdonate chi scrive se questa volta non vuole parlare delle partite. Quello che vorrei dirvi riguarda gli Arrapaho.

Siamo una squadra di quelli che di solito vengono, a ragione, definiti “scazzafrolloni”. D’accordo, tra di noi ci sono architetti, ingegneri, medici, geometri, imprenditori e Brunori, ma questo non ci qualifica come persone serie.

Quello che dovrebbe qualificarci come persone serie è l’amore per uno sport, anzi, l’amore per lo sport. Sport inteso nella più ampia definizione possibile. L’impegno, gli sforzi quotidiani, piccoli e grandi, lo stare insieme, sudare, discutere, litigare e alla fine darsi una pacca sulla spalla. La città di Orvieto dovrebbe erigere un monumento a persone come Damiano Paloni e David Moscatelli. Perché? Perché non possono darci più sogni sportivi, quelli qualcuno ce li ha tappati un po’ di tempo fa (anche e soprattutto per colpa nostra). Ma ci danno la possibilità di continuare a fare quello che amiamo. E non a Pimpolari, Petritaj, Tafuro, Bernardini, Borri, Picciaia, Patrignani, ma a chiunque.

E’ l’idea che c’è dietro tutto.

Giochiamo in un campionato di squadre toste, serie, con gente che sa giocare o che per lo meno ci crede. E poi arriviamo noi, giullari del campionato, con le nostre belle borse, la tuta nuova, magari ancora con un po’ di nausea per il troppo vino della sera prima, o con la schiena dolorante per la vecchiaia (dispiace citare sempre Brunori). Eppure in campo, chi con la panciera (Pimpolari su tutti), chi con una caviglia rotta, sembriamo giocatori. Giocatori bellissimi per giunta. E non perché vinciamo o perdiamo, ma perché giochiamo.

E invece cosa fa Orvieto? Niente.

Finito il colpo di fulmine iniziale ora siamo nulla. La città si è comportata come quelle signore aristocratiche di un tempo, che sfruttavano il giovincello di turno. E noi, come quei novizi all’amore, nonostante tutto continuiamo ad amare la città, a sperarci ogni volta.

Tante volte si sono dette tante cose, ma perché ad Orvieto, qualsiasi cosa bella deve essere distrutta? Mille esempi potrebbero essere fatti, sportivi e non, ma non cambierebbero quello che siamo. Noi orvietani siamo una razzaccia che per via dell’altezza delle nostre vedute si è scordata che la pietra sulla quale camminiamo viene dalle viscere della terra, sputata lontano da un buco.

Più volte siamo stati criticati per il nome “Arrapaho”. Per giunta da persone che, personalmente consideravo di una certa cultura. In questo caso la colpa è la mia, per aver confuso ancora una volta la cultura con la conoscenza, con la dottrina, non identificando quei Don Ferrante di turno, che in perfetto stile orvietano, si erigono sul pulpito del giudizio.

Quando giochiamo il palazzetto è costantemente vuoto, né giornalisti (che cavalcata l’onda del successo, ora si spostano verso altri lidi), né presunti amanti del basket “made in orvieto”.

Solo qualche parente, qualche amico costretto al freddo e il custode. Ah si, c’è anche il medico.

La cosa buffa è che quando siamo in trasferta, le squadre avversarie hanno il palazzetto semi-pieno. Ragazzi, adulti e bambini affollano le gradinate. E alla fine, è successo, battono le mani anche per noi, di solito vergini di applausi.

E la nostra colpa qual è? Forse quella di non lamentare povertà, di non piangerci addosso, di rimboccarci le maniche e cercare di andare avanti, senza prostrarci alla pubblica pietas.

Eppure abbiamo speso tante parole, tanto sudore. Siamo andati in giro per mezza Orvieto a rompere le scatole a commercianti ed imprenditori per aumentare gli sconti possibili ai possessori della “Fan Card Arrapaho”. Abbiamo fatto cene per finanziarci. Ci siamo autofinanziati.

E’ vero, tutte cose sbagliate. Come avremmo dovuto fare? Cercare l’aiuto di altre società oramai navigate cui avremmo dovuto dare il nostro appoggio così da creare un aiuto reciproco? Magari quest’altra società avrebbe potuto “sfruttarci” mandando a maturare i giovani più promettenti, permettendogli di fare esperienza in un campionato senior? State scherzando, vero? La suddetta altra società ha progetti ben più seri.

Chi scrive sa già benissimo cosa direte, quali saranno le poche considerazioni, sempre le stesse, sempre sbagliate.

Una cosa è cambiata: conoscete quella storiella del principe e del povero che sognano di scambiarsi per un giorno le rispettive vite? Il principe desidera essere povero e viceversa. Bene, non sogniamo più di essere poveri, rimarremo i principi di sempre.

Ah, si, abbiamo anche vinto contro Uisp, Cannara, Deruta, Leoni, Passignano e Ellera, in più sabato giochiamo in casa contro Interamna, ma lo saprete sicuramente già.

 

 

 

 

 

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One Comment

  • Marco Gobbino

    Vorrei provare a calmare un po’ le parti, gli Arrapaho hanno sempre commentato il loro mondo (non solo le loro partite) in modo simpatico ma anche schietto, da un lato è naturale lamentarsi se quando giochi in trasferta vedi pubblico ed entusiasmo e quando sei in casa non hai quasi nessuno, dall’altro non si può accusare pubblico, simpatizzanti, stampa ecc che se non seguono più un evento allora hanno solo spirito distruttivo. In giro per i palazzetti, i campi, gli stadi qui a Orvieto non è che si veda tutta questa gente, questo tifo partecipazione ecc. tranne qualche piacevole eccezione, spesso legata anche a risultati sportivi positivi oggi ahimé relativi al massimo a due o tre realtà non di più. Sono situazioni diverse, ci sono certe società che si sono fatte quasi terreno bruciato attorno da solo, vedi nel calcio… che malgrado tutto io continuo a seguire spessissimo anche in trasferta e noto le stesse cose: pubblico, entusiasmo, compattezza tra tifosi e giocatori anche se non sei la fidanzata/mamma/nipote del calciatore in trasferta, quattro gatti (peraltro pronti a criticare) e due parenti in casa.Giusto quindi restarci male e perciò un po’ lamentarsi se ci si sente un po’ abbandonati, ma senza lanciare accuse, siamo rimasti in pochi a Orvieto e le situazioni economiche e non sono tutt’altro che rosee, eppure il panorama sportivo è ricchissimo, noi che in 3 o 4 cerchiamo di seguirlo il più possibile nel weekend, spesso non ce la facciamo. Poi bisogna considerare che lavoriamo anche per altre testate giornalistiche (Il Messaggero Monica e Il Giornale dell’Umbria il sottoscritto) che ci impongono certe scelte su cosa seguire. Io voglio pensare che abbiamo tutti a cuore i problemi che ci sono e che possiamo remare nella stessa direzione, tutto qua. Non è facile ma abbiamo creato Orvietosport anche per questo.

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