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Lo sport spesso non è sport. Chinare il capo si può e si deve ma secondo le regole

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E’ vero, il pallone è rotondo. E’ vero, sempre e comunque massimo rispetto per l’avversario. E’ vero, le sconfitte bruciano ed è giusto che sia così. Ma quando lo sport che pratichi ti mette davanti una serie di circostanze non dico negative, ma evitabili, allora la sportività diventa rammarico e pure qualcosa in più.

La sconfitta dell’Orvietana nella finalissima di intergirone A e B che ha consegnato al Pontevalleceppi il pass per l’Eccellenza, sarà motivo di confronto e scontro per molto ancora. E’ vero, nessuno ci sta a perdere, meno che mai quando hai lavorato tutta la stagione per l’obiettivo che oggi ti scivola dalle mani. Ma spesso, oltre al gioco, che è sempre il motore di tutto, sembra che si faccia di tutto per creare polemica, per “sporcare” vittorie, per “minimizzare” sconfitte.

A mio avviso designare una terna umbra per una finale intergirone di Promozione umbra è come voler buttare benzina sul fuoco. Alcuni presenti alla partita dicono di simpatici chiacchiericci tra assistenti di linea e giocatori, della squadra che poi ha vinto ma questo non è importante, è inammissibile che una terna arbitrale primo sia della stessa regione delle disputanti (per queste finali) secondo si metta a chiacchierare amichevolmente con i giocatori, di qualsiasi parte essi siano.

Perché poi, chi perde, e perdere queste finali significa aver buttato al vento, o quasi, una intera stagione, solleva dubbi, insinua faccende poco chiare, immagina “accordi” che in realtà non esistono (spero). Tutto questo non sarebbe successo se la terna fosse stata del tutto sconosciuta ad entrambe le squadre. Magari le proteste per due rigori non dati ci sarebbero state lo stesso ma quanto meno nessuno avrebbe mai messo sul tavolo altre allusioni o insinuazioni, situazioni emozionali che male fanno allo sport tutto.

Ma in un paese dove si fa arbitrare la finale di Coppa in cui gioca la regina del calcio italiano dall’arbitro che più di ogni altro ha manifestato la propria passione sportiva proprio per quei colori, questo è e questo si deve accettare, salvo poi essere liberi di mettere in discussione scelte e decisioni varie.

All’Orvietana non resta che chinare il capo, da squadra e società di spessore qual è questo ci si aspetta. All’Orvietana non resta che tornare a casa a mani vuote, delusa, irritata, pure ferita se vogliamo. Ma, in quasi tutte le discipline sportive, vince chi segna un punto in più e l’Orvietana, escludendo tutto il “contorno” più o meno avverso, questo punto in più non è riuscita a segnarlo. E’ ovvio che oggi, a 24 ore dalla sconfitta, i nervi siano ancora scoperti; è ovvio e giusto che ci si interroghi sui motivi della sfumata promozione, è ovvio e giusto però che qualcosa cominci a cambiare anche nelle designazioni, non per merito o demerito ma per evitare polemiche e insinuazioni che, ripeto, fanno male a tutti specie allo sport.

Per cui a Orvieto si china il capo, si attende luglio quando magari ci sarà la possibilità di essere ripescati, ma la sberla duole eccome se duole, è normale, è pacifico, è doveroso. E’ umano.

 

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